Un urlo dal tetto del mondo
«Secondo me all’Occidente non gliene frega nulla del Tibet». A dirlo è un trentenne tibetano che vive e lavora a Lhasa e che chiameremo Ugo per non svelare la sua identità. Il problema è che in Tibet, come un po’ in tutta la Cina, la libertà di pensiero e di parola non è quel gran che gradita. Così Ugo ha accettato di parlare, lontano da occhi e orecchie indiscrete, a patto però di mantenere segreto il suo nome per non mettere in pericolo la sua vita e quella dei suoi cari.
A Lhasa, la giornata è ventosa e soleggiata. Un gruppo di soldati cinesi nei panni dei turisti è in posa per una foto di rito davanti al Potala Palace, l’antica dimora del Dalai Lama divenuta "cosa" della Repubblica Popolare nel 1959. A Ugo, da buon tibetano, i cinesi non piacciono, «ma non li odio nemmeno», dice. Però oggi, suo malgrado, è costretto a conviverci. Una decina d’anni fa, come molti altri, anche lui scappò in India, a Dharamsala. Andò là dove vive tuttora in esilio il Dalai Lama Tenzin Ghiatzo e una comunità di circa centocinquantamila profughi buddhisti tibetani. Ci rimase un anno e mezzo dedicandosi agli studi, poi dovette tornare in patria per curare un genitore malato. Da allora non se n’è più andato, ha trovato un lavoro alle dipendenze di un cinese, ha messo su famiglia, ma continua a sentire il Tibet sempre meno suo.
Il perché è semplice. Nel 1950, dopo la partenza degli inglesi, il Tibet fu invaso dalla Cina di Mao Zedong che, stando al trattato del 23 maggio 1951, avrebbe dovuto limitare le sue attività alla direzione della politica estera e alla difesa militare. Non fu così. Pechino iniziò la sistematica distruzione dei monasteri e l’annientamento della cultura lamaica in favore dell’indottrinamento politico maoista. La reazione tibetana non si fece attendere. Subito si organizzò una ribellione che sfociò con la rivoluzione anticinese organizzata dalla corte del Dalai Lama nel marzo del 1959, ma il divario tra le due forze in campo era così grande che dopo una sola settimana i tibetani furono sconfitti. Il Dalai Lama fu costretto alla fuga in India e i cinesi ripresero ferocemente la loro repressione, che di sé mostra ancora le tracce in alcuni monasteri dagli affreschi deturpati
Oggi, ad opera conclusa, anche se le violenze, soprattutto sui monaci buddhisti, continuano, l’ordine di Pechino è quello di ridare lustro al Tibet per trasformarlo in una tranquilla meta turistica per i nuovi ricchi d’Oriente. «Hanno iniziato a costruire e non si fermeranno più», racconta Ugo. «Costruiscono qui in Tibet un mondo per i cinesi, non per i tibetani. Anche il turismo è affare loro, noi in tutto questo c’entriamo poco». Un altro aspetto del malessere: i cinesi, dopo aver schiacciato la loro cultura, hanno impedito ai tibetani di giovare delle risorse della loro terra. «Tutte le sovvenzioni sono solo per i cinesi, noi non potremo mai aprire una nostra attività. Ferrovia o no, con il turismo o senza, per noi non cambia nulla, non avremo mai nessun tipo di potere e non avremo mai la possibilità di far parte del sistema economico», riflette, amareggiato, Ugo.
Certo qualche attività, artigianale o contadina, vecchia di generazioni e ancora in mano ai tibetani c’è, ma in poche e isolate zone. Tutto il resto no, è cosa degli invasori. «La ferrovia non servirà a portare materiale per noi, lo farà solo per i cinesi. Quando arriveranno e finiranno ciò che hanno cominciato, Lhasa sarà diventata un grande luna park», ribadisce Ugo. Di fatto, basta guardare la capitale per vedere lo scempio compiuto, dove le tradizioni rimpiante di una antica civiltà sono violentate da una modernità quanto meno di dubbio gusto e non condivisa con la popolazione locale.
Ma il problema più grande è un altro, come sottolinea ancora Ugo: «Noi e i cinesi abbiamo due culture diverse e qui non si è nemmeno cercato di farle convivere. La Cina avrà anche portato dei vantaggi, però io quando finisco di lavorare mi rinchiudo nelle mie usanze senza poterle vivere serenamente nella mia città». E ancora, tra nuovi palazzi e centri commerciali, le città sembrano spaccate in due, da una parte quella tibetana, dove tutto è obbligato al turismo, salvo poche aree concesse alla preghiera, ma più per una questione di folclore e quieto vivere che di rispetto, dall’altra quella cinese, dove tutto è funzionale alle esigenze del progresso. E questo non solo nella capitale, ma anche fuori, nelle altre città. Almeno a Shigatse gli abitati sono divisi da una montagna, un muro naturale che, dal tempio posto sul colle di fronte, anche se è a più di quattromila metri d’altezza, fa sì che l’unico borgo in mostra sia quello originale.
Insomma, per Ugo la questione è tanto semplice quanto drammatica: «Così non si va da nessuna parte. Nonostante negli ultimi dieci anni il governo di Pechino abbia un po’ allentato la presa su noi tibetani, le cose non sono poi cambiate. Loro continuano a crederci dei poveracci e a trattarci come tali».
Anche qui, basta osservare la quotidianità per capire che il rapporto tra gli uni e gli altri è del tipo padrone e servitore, ricco e povero, dove i primi fanno la carità ai secondi. E dire che uno dei vanti cinesi è quello di aver abolito la schiavitù in Tibet, prima praticata essendo il regno dei Lama uno Stato di tipo feudale. In realtà le cose sono anche peggiorate, perché se un tempo agli schiavi una ciotola di riso non si negava, oggi i più poveri faticano a comprarselo. Differenze che paiono oggi inconciliabili, tanto che pure la giornata è vissuta per lo più su orari sfalsati. Infatti, se alle sei del mattino le vie brulicano di tibetani, la sera invece è tutta cinese, all’insegna del karaoke. In mezzo, nel pomeriggio, la convivenza è obbligata e le appartenenze si notano subito: quelli meglio vestiti e che girano in macchina non sono tibetani.
«Ora quel che mi aspetto dal futuro è che la mia famiglia stia bene», dice rassegnato Ugo prima di toccare la delicata questione del Dalai Lama: «Noi vorremmo che tornasse, per noi è importante, ma sappiamo che non lo farà mai, lo arresterebbero». Non è solo Ugo a pensarla così, lui semmai è l’unico che abbia avuto il coraggio di parlare, tutti gli altri si limitano a sussurrare «non mi piacciono i cinesi», niente più. La paura è troppo grande, lo si legge negli occhi. Una prima domanda, una risposta di cortesia, ma alla seconda scatta il silenzio, timoroso e imbarazzato al tempo stesso.
In tutto questo poi ci sono i monaci e la questione buddhista. Quella che ha compiuto il giro del mondo, che ha attratto simpatizzanti più o meno noti, ma che di fatto non ha cambiato una virgola. Pechino sulla questione non discute con nessuno. Non lo fa col Dalai Lama, nonostante vi siano stati cinque incontri tra i rappresentanti delle due parti, e non lo fa con la comunità internazionale. Tanto meno con le potenze occidentali, piegate da un tacito baratto economico: silenzio in cambio di investimenti industriali. Per tutti la Cina di oggi è Shanghai, con i suoi grattacieli e il suo mercato da esplorare, tutto qui.
Nemmeno in Italia le sorti dei monaci "arancioni" paiono interessare molto. Eppure, solo qualche mese fa a Torino, durante le Olimpiadi invernali, alcuni di loro avevano attuato uno sciopero della fame davanti a tutti. Ma niente, a parte qualche trafiletto su pochi giornali. Come del resto è accaduto lo scorso 21 febbraio a Roma, quando un gruppo di tibetani ha invaso l’ambasciata cinese.
Così in Tibet tutto prosegue come sempre, con i monaci che, o sono scacciati dai loro templi, o sono relegati al ruolo di semplici comparse. Un po’ di colore per le macchine fotografiche dei turisti e, nel caso, dei fotoreporter. Loro, i discepoli di quel Dalai Lama di cui in Tibet è vietata persino l’immagine, in apparenza sembrano lontani da tutto, interessati solo alla spiritualità. Certo sono gentili con chiunque, ma non danno grande confidenza, nemmeno ai connazionali. In realtà loro sono quelli che continuano a pagare care le proprie azioni e il proprio pensiero. A tutt’oggi i monaci continuano a subire le angherie del regime cinese: ogni anno, per quanto possibile, le cronache parlano di arresti arbitrari, di torture, ma anche di sparizioni e assassinii. È capitato anche di recente, quando lo scorso 25 novembre circa quattrocento religiosi sono stati picchiati dall’esercito perché chiedevano la liberazione di alcuni confratelli arrestati perché si rifiutavano, dopo la «campagna di rieducazione patriottica» (che a ottobre ha causato la morte di un monaco durante le lezioni), di firmare un documento che indicava il Dalai Lama come un «separatista».
Non solo. Basta ricordare la sparizione del Panchen Lama Ghedun Choekyi Nyima, scomparso nel 1995 insieme alla sua famiglia quando aveva solo sei anni per essere sostituito da un Panchen Lama non riconosciuto dai fedeli e più vicino al governo cinese, tanto da vivere a Pechino. E allora non ci si stupisce quando si pensa ai circa duemilacinquecento tibetani che ogni anno sfidano le vette himalayane per fuggire da casa loro. Un viaggio lungo e allucinante attraverso valichi posti anche a seimila e più metri d’altezza. Naturalmente affrontati senza le attrezzature degli alpinisti occidentali, che bazzicano la zona in cerca di una cima da conquistare. L’obiettivo è raggiungere il Nepal e attraversarlo sino ad arrivare in India. Più facile a dirsi che a farsi. Gli ostacoli da superare sono molti, a partire dalle condizioni atmosferiche che a quelle quote, per buone che siano, mettono a disagio chiunque, persino loro che sono nati a quattromila metri. Poi bisogna fare i conti con il cibo, visto che il viaggio, a piedi, unico modo possibile, dura almeno tre settimane, e infine con le polizie, quella cinese prima, quella nepalese poi, visto che l’ingresso nel Paese natìo del Buddha lo si fa da clandestini. A non farcela sono in molti, qualcuno per la fatica, altri, i più sfortunati, perché vengono catturati.
Tra chi ce l’ha fatta invece ci sono due monaci, fratello e sorella, incontrati nei pressi del Nangpa La, un passo a circa cinquemilasettecento metri e già in territorio nepalese. «Siamo scappati perché avevamo paura di finire in carcere una seconda volta. Poco tempo fa siamo stati in prigione per venti giorni, una volta liberi abbiamo deciso di partire», racconta lui dopo aver salutato con quella che è la frase di rito per chi riesce a oltrepassare il confine: «Dalai Lama good, China no good».
La loro storia, pur uguale a quella di tanti altri monaci, è direttamente legata alla sparizione del piccolo Panchen Lama: «Ci hanno arrestato perché in una manifestazione chiedevamo che fine avesse fatto il mio maestro Chamba Thilè, sparito perché anni fa aveva chiesto – a sua volta – che fine avesse fatto il Panchen Lama Ghedun Choekyi Nyima». I due monaci ce l’hanno fatta in otto giorni da Lhasa a Kangchung, poi altri nove sino al confine indiano, sostando però prima qualche giorno nei pressi di Namchee Bazaar per far guarire il piede di lui, devastato da vesciche che si erano infettate, poi qualche altro giorno a Kathmandu, nel centro profughi tibetano.
Per le vie di Lhasa, una sera, quattro cinesi cordialmente alticci si avvicinano. Uno di loro si sbottona la camicia e mostra un ciondolo di stoffa e cartone che contiene le scritture del Dalai Lama. Erano buddhisti e anche loro nascondevano la loro fede nel riserbo. D’altronde il problema della Cina non è il popolo, è il regime. Basta ricordare piazza Tienanmen od osservare i militari presenti a Lhasa: non parlano con nessuno, nemmeno con i cinesi.
Ora non resta che aspettare. Nel 2008 Pechino ospiterà le Olimpiadi. Chissà che servano a qualcosa. D’altronde quel che a Dharamsala oggi si augurano è che il Tibet abbia una sua autonomia, anche solo all’interno della Cina. L’indipendenza ha smesso perfino di essere un sogno.
Fabio Gibellino
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